2.2.10 - [Il Giornale d'Italia]

Segnatura: Sub-fondo Navi di Nemi, b. 1, fasc. 2, sf. B.2, c. 10

Tipologia: unità documentaria
Titolo: [Il Giornale d’Italia]
Estremi cronologici: 1930 novembre 22

Contenuto: Ritaglio de “Il Giornale d’Italia” relativo all’articolo di Luigi Jacono dal titolo “La polemica su le ancore delle navi di Nemi”.

Regesto:
Luigi Jacono riprende la polemica col comandante Speziale in merito alla tecnologia inerente le ancore delle Navi di Nemi.

Trascrizione:
“La polemica su le ancore delle navi di Nemi
Non avrei mai pensato che alcune mie modeste osservazioni sulle ancore del lago di Nemi e sul relativo articolo del chiarissimo comandante Speziale avessero potuto essere scambiate offese personali, specialmente dirette a due valenti archeologi, che io stimo ed ammiro, il Cultrera e l’Antonielli, ed al comandante medesimo, il quale, da cima a fondo nel suo articolo di oggi, mi appiccica, con un certo senso spregiativo, il nomignolo di «lettore dubitoso». Grande onore, in verità mi arreca quel nomignolo, perché, negli studii in generale e, meglio, in quelli archeologici, il dubbio, la perplessità sono i pregi, i quali intensificano ed affinano l’analisi, accostandoci alla verità, mèta suprema di ogni nostra investigazione.
La scienza archeologica, nella quale naturalmente includo anche il ramo navale, si basa, da un lato, sui dati di fatto, che il piccone discopre e, dall’altro, sui classici. Su questi due perni, indispensabili, si muovono i nostri ragionamenti, i quali risultano difettosi quando di quelli manca uno o entrambi. Nella specie, noi troviamo, sullo stesso letto di fango, due grandi ancore, l’una di legno con aggiunta di piombo, l’altra di ferro rivestita di legno: ecco il fatto. Due storici ci parlano dei Fenici, che adoperavano ancore certamente di legno, e della nave Siracusana, che n’aveva e di legno e di ferro: ecco la testimonianza letteraria. Lasciamo stare i secoli, perché ben possiamo ritenere che la forma dell’ancora provenga, su per giù intatta, da tradizione antichissima di esperti popoli navigatori, la quale proprio nulla toglie alla valentia degli artefici Romani, non potendo subire quella forma che lievi modificazioni, a causa della sua semplicità, tanto vero che bisogna giungere ai nostri giorni per trovarvi l’innovazione della snodatura. Talché io diceva, stando così le cose, fino a prova contraria, fino a quando, cioè, non si troverà una grossa ancora di ferro, nuda, noi siamo soltanto autorizzati a ritenere che le grandi navi tutte fossero provvedute, indifferentemente, di grosse ancore o tutte di legno o di legno con anima di ferro, le quali ultime potrebbero essere benissimo quelle di ferro, cui accenna Ateneo. Che poi la presenza del legno debba giustificarsi in relazione ai fondi melmosi od allo scopo di attenuare i contatti con altro metano finemente lavorato, come mi son permesso di proporre mediante un interrogativo non del tutto illogico, è cosa affatto secondaria, Io, in quel punto della mia lettera, cercavo di eliminare la meraviglia del pubblico in presenza del secondo anello (e, qual semplice riferimento, ricordavo le rappresentazioni pompeiane), ed in presenza delle ancore di legno. Né ho lontanamente inteso di chiamarle ancore galleggianti, nel senso oggi attribuito a tale termine, poiché, per quanto io sappia, nessun autore antico menziona, siffatti istrumenti.
L’accezione del verbo «attraccare», accostare un battello, una nave alla banchina o ad altra nave, può credermi sulla parola l’egregio comandante Speziale, non mi era affatto ignota.
Qualche giorno fa (prego l’esimo comandante Speziale di prendere atto della mia buona d’allargare il campo delle mie conoscenze) mi procurai il fascicolo della Nuova Antologia contenente il suo magistrale articolo intorno ai criterii da seguire nell’archeologia navale. In quello, purtroppo, trovo la conferma che poco o nulla di preciso sappiamo delle soprastrutture della prima barca e che bisogna attendere i risultati dell’esplorazione della seconda, la quale, stando alla relazione Malfatti, potrebbe, Dio non voglia, anche frustrare le nostre vive speranze. Ad ogni modo, se è permesso, allo stato dei fatti, esprimere un parere, a me sembra che l’ipotesi del prof. Lugli non sia mutatis mutandis, ed allargata fino alla già fatta congettura (v. relazione Barnabei) di una villetta natante d’un imperatore paranoico, sull’animo del quale, aggiungo io, facevan presa influssi letterarii, non sia tanto da disprezzare, basata com’è sopra dati monumentali accuratamente indagati fra i trovamenti.
Il problema di archeologia navale intorno alla struttura dello scafo ed agli apparati meccanici di corredo si avvia felicemente alla completa soluzione: ne abbiamo pieno affidamento, noi studiosi, dalla presenza dello Speziale e degli altri tecnici della nostra gloriosa Marina. Solo, a questo proposito, avrei desiderato trovare, nello scritto del comandante, un cenno degli architetti napoletani De Fazio e La Vega; ercolanese, nel punto ove tocca l’annosa questione del dispositivo del remeggio. Ma il problema della soprastruttura è niente altro che un problema d’archeologia normale. Ivi è accertato oramai che si tratta di muratura vera e propria, pesantissima, anzi sembra qualche cosa di simile alle stupende strutture cratitiae, scoperte dal Maiuri ad Ercolano; sicché le due più grandi imprese archeologiche volute dal Duce quasi miracolosamente si ricollegano a chilometri di distanza! Qui il tecnico navale si compiacerà di cedere il posto all’archeologo.
L. JACONO

Consistenza: c. 1
Busta: 1
Fascicolo: 1
Tipologia fisica: foglio
Supporto: carta
Descrizione estrinseca: Ritaglio di giornale a stampa; mm 580x95. Sul margine superiore destro, a matita: 1930 22 novembre.
Stato di conservazione: buono

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